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martedì 12 luglio 2016

Settimane estive in monastero

Le Monache Carmelitane del monastero di Cerreto di Sorano (Toscana), accolgono volentieri ragazze in discernimento vocazionale attratte dalla spiritualità carmelitana.



SETTIMANE ESTIVE

I week-end e le settimane estive vanno da giugno a settembre e sono tempi pensati per le giovani dai 18 ai 35 anni.

E’ un’esperienza che prevede momenti di preghiera, formazione, lavoro nel frutteto e nell’orto.

E’ possibile sostare presso prefabbricati in legno completamente autonomi, nell’aria adiacente al giardino del Monastero.

Si tratta di giornate in cui si ha la possibilità

– di vivere in un clima di silenzio e solitudine,

-di partecipare alla liturgia delle monache carmelitane tramite il Santuario,

-di cercare motivazioni alla fede

-di sperimentare un contatto con la natura circostante tramite il lavoro della terra.

Per la disponibilità contattare il Monastero:  carmelitane@gmail.com

Le settimane estive sono un tempo propizio per conoscere e approfondire la spiritualità Carmelitana

I week end hanno un carattere fortemente esperenziale e consentono attraverso l’approfondimento delle motivazioni e dei contenuti di questo stato di vita di percepire se questa forma di appartenenza all’unico Amore può essere quella a cui Dio ti chiama.

In te già è presente l’intuizione o il desiderio di appartenere totalmente a Dio?
Sei in ricerca dei segni che il Signore traccia nella tua storia?
Gesù,nel segreto, ha, in alcuni momenti, bussato al tuo cuore?
In te suscita curiosità o fascino la dimensione contemplativa e la spiritualità carmelitana?
VIENI e VEDI!
è arrivato il momento di giocarti in un ascolto disarmato di ciò che il Signore vuole da te.
Ti aspetta un cammino per comprendere dove il Signore ti chiama e come orientare
tutte le tue forze per consegnare a Lui tutto il tuo cuore.

domenica 10 luglio 2016

Canti mp3 suore di clausura

Le suore di clausura Carmelitane del monastero "Janua Coeli" di Cerreto di Sorano (Grosseto) hanno registrato numerosi canti sacri che aiutano a elevare l'animo ai beni celesti. Per scaricare gratuitamente i file mp3, cliccate qui.

Alcuni canti sono in italiano, altri in latino (canti gregoriani). Buon ascolto a tutti!

giovedì 30 giugno 2016

Diventare simili a Dio

Post scritto da una monaca Carmelitana di Cerreto di Sorano.


Quando lasciamo entrare Dio nella vita, nasce in noi un insaziabile desiderio di Lui. Tutta l’esistenza diviene un’instancabile ricerca del suo volto, ci si sente costantemente sospinte verso l’unione con Lui e si avverte il bisogno di appartenergli esclusivamente. La sequela monastica ci inoltra in questo sentiero. Nel cammino intuiamo che unirsi a Dio significa lasciarsi trasformare da Lui per andare verso l’unione della nostra volontà con la Sua ma nel procedere constatiamo che ciò comporta assaporare il dolore delle necessarie purificazioni di tutto il nostro essere: volontà, intelligenza, memoria. Dice Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein): “Quanto più Dio vuole unire a sé un anima tanto più sarà profonda e persistente la sua purificazione”. Il seducente appello alla comunione che Dio ci rivolge, se ci rivela il punto dove Egli ci vuole condurre: il nostro essere in Lui, non manca tuttavia di farci sentire tutta la lacerazione di ogni anfratto che ci lega all’io. La meta più che desiderabile, nel concreto delle nostre debolezze, si rivela alta e umanamente quasi irraggiungibile … Ci conforta  e ci sostiene la Parola: Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con la destra della mia giustizia (IS 43,10), ma ciò non toglie che, affinché questa Parola sia performativa, è necessario passare dallo svuotamento di tutto il nostro essere. Anzi se questa Parola può essere lirica per un cuore che l’accoglie, non si esime dal accendere in noi un fuoco interiore che mentre infiamma, brucia, consuma, purifica, fa male. Perché la libertà interiore si costruisce al prezzo di molte liberazioni: da idee prefabbricate, preconcetti, immagini di sé, pregiudizi… sentimenti e ricordi ingombranti, dalla confessione del proprio peccato, tutti frutti, come direbbe san Paolo ai Galati, dell’uomo carnale -Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri (Gal 5,13)- ossia dell’uomo che ancora non vive secondo lo Spirito volto cioè alla conformazione a Cristo.  Dice Giovanni della Croce in “Salita del Monte Carmelo: Per poter gustare il tutto, non cercare il gusto in nulla. Per poter conoscere il tutto, non voler sapere nulla. Per poter possedere il tutto, non voler possedere nulla. Per poter essere tutto, non voler essere nulla. Per giungere a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi. Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai. Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove non hai. Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove non sei. Quando ti fermi su qualcosa, tralasci di slanciarti verso il tutto. Se vuoi giungere interamente al tutto, devi rinnegarti totalmente in tutto. E quando tu giunga ad avere il tutto, devi possederlo senza voler nulla. In questa nudità lo spirito, trova il suo riposo, perché non bramando nulla, nulla lo appesantisce nell’ascesa verso l’alto, nulla lo sospinge verso il basso, perché è nel centro della sua umiltà. Quando invece brama qualcosa,
proprio in essa si affatica". Il processo di purificazione si svolge senza gli aiuti delle nostre capacità ordinarie di pensare e valutare; esso supera le sottili deduzioni dei nostri saperi, delle nostre argomentazioni, delle, più o meno, abili arguzie della nostra dialettica. Questo processo si attua dentro il “buio “di una fede alimento per un’intelligenza aperta che si cimenta e si sforza di “comprendere senza comprendere”, che si lascia condurre all’abbandono di sicurezze “sapientemente” costruite, che si libera da ogni sufficienza, che si perde in cose che la superano: un’intelligenza purificata. Colui che fa la verità, viene alla Luce  (Gv 3,1-21) Sì, è un lento e faticoso aprirsi alla verità, un “Fiat” sempre più affidato a ciò che Lui è nell’intimo dell’essere. Dice ancora Giovanni della Croce : È sotto le tenebre della fede che l’anima si unisce a Dio.  Non è semplice spiegare quanto accade interiormente: quel che si comprende nella fede non sta dentro la gioia o il dolore avvertiti ma va molto oltre,  è come se si incominciasse a volere soltanto nell’amore. Entrano in campo attenzione e vigilanza, con un’umiltà coltivata momento per momento perché bisogna pur sempre, anzi più coscientemente, fare i conti con certi bisogni: legami, affetti, soddisfazioni, qualsiasi bene sensibile o anche spirituale di cui ci si accorge che la  nostra volontà si appropria senza stare nell’amore. Inavvertenze, debolezze non controllate e anche colpe volontarie… segnano il cammino ma con ferma fiducia nella fedeltà di Dio, ogni giorno rinnoviamo il nostro impegno a permanere nel Suo amore con un continuo e libero atto di adesione della nostra volontà alla sua, manifesta o implicita nelle circostanze solite o insolite che caratterizzano la giornata.  Di nuovo Giovanni della Croce afferma che: “Colui che  rifiuta di lasciarsi mortificare e spogliare della sua volontà non troverà per niente l’Amato”. Ed eccoci chiamate a purificare anche la nostra memoria. Un progressivo svuotamento di ricordi per stabilirsi nell’Unico Ricordo. Una graduale trasformazione in silenzio, una crescente liberazione da ogni immagine, fantasia, illusione, per unire tutta la memoria a Dio. Certo non è solo frutto di sforzo ma dono della Grazia: Il Signore attende di farmi grazia (Is 30,18). Il nostro compito dunque? Fare silenzio, fare vuoto, fare spazio, una memoria sempre più sobria non caricata di ciò che vediamo, sentiamo, immaginiamo o tocchiamo….libera per avvicinarsi a Dio: Avvicinatevi ed Egli si avvicinerà a voi (Gc 4,8). A suo tempo Dio farà sentire la sua azione in noi, quando lo vorrà e come lo vorrà… Da parte nostra: mai smettere di attendere.


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Per contattare le monache Carmelitane di Cerreto di Sorano scrivere all'indirizzo carmelitane@gmail.com

lunedì 1 febbraio 2016

Quale sposo scegliere?

Riporto il testo di un interessante scritto di Sant'Alfonso Maria de Liguori, rivolto ad una ragazza in ricerca vocazionale. Il tono appassionato ed evangelico è tipico di questo grande  vescovo cattolico. Preciso solamente che per agevolare la lettura ho tradotto i termini desueti e ho eseguito alcuni piccoli ritocchi. Il titolo originale della lettera è: "Avvertimenti ad una donzella che sta in dubbio dello stato che ha da eleggere".

Sorella benedetta, voi state deliberando quale stato di vita dovrete prendere. Io vi vedo agitata, perché il mondo vi vuole per sé con prender marito; anche Gesù Cristo vi vuole per sé con farvi monaca in qualche monastero osservante. Badate che da questa decisione che dovete prendere dipende la vostra salvezza eterna; quindi vi raccomando di pregare ogni giorno il Signore: e cominciate a farlo adesso che leggete il presente libretto, affinché vi dia luce e vigore di eleggere quello stato che sia più giovevole a salvarvi; affinché non abbiate poi a pentirvi dell'elezione fatta per tutta la vostra vita e per tutta l'eternità, quando non vi sarà più rimedio all'errore. Esaminate poi che cosa può meglio giovarvi e rendervi felice: se l'avere per vostro sposo un uomo di terra o Gesù Cristo figlio di Dio e re del cielo; vedete chi di costoro vi pare sposo migliore e quello eleggete. La vergine s. Agnese era di tredici anni, e perché era bellissima, si vedeva amata da molti: fra gli altri si presentò a volerla per sposa il figlio del prefetto di Roma; ma ella guardando Gesù Cristo, che la voleva per sé, rispose a quello: Io ho trovato uno sposo che è migliore di voi e di tutti i re della terra; quindi non posso cambiarlo con altri. E per non cambiarlo si contentò di perdere la vita a quella tenera età, e morì contenta, martire per Gesù Cristo. Lo stesso rispose la santa vergine Domitilla al conte Aureliano che era un gran signore; ed anch'essa morì martire, bruciata viva per non lasciare Gesù Cristo. Oh quanto si trovano ora contente in cielo queste sante fanciulle per aver fatta questa buona elezione, e se ne troveranno contente per tutta l'eternità! la stessa beata sorte capiterà a tutte le ragazze che lasciano il mondo per darsi a Gesù Cristo. Esaminate poi le conseguenze dello stato di chi elegge il mondo e di chi elegge Gesù Cristo. Il mondo vi offre i beni della terra, robe, onori, spassi e piaceri. Gesù Cristo al contrario vi presenta flagelli, spine, obbrobri e croci, giacché questi furono i beni che egli scelse per sé in tutti i giorni che visse in questa terra; ma vi offre poi due beni immensi che non può darvi il mondo, cioè la pace del cuore in questa vita ed il paradiso nell'altra. Inoltre, prima che risolviate quale stato prendere, è necessario che pensiate che l'anima vostra è eterna, e quindi dopo la presente vita, che presto finisce, nell'istante della morte dovrete passare all'eternità, in cui, entrata che sarete, vi sarà dato quel luogo di pena o di premio che avrete meritato con le opere della vostra vita. Sicché in morte, in quella prima casa che vi toccherà ad abitare, o di vita eterna o di eterna morte, ivi dovrete stare per tutta l'eternità, o salva per sempre e felice in mezzo ai gaudi del paradiso, o per sempre perduta e disperata in mezzo ai tormenti dell'inferno. Pensate pertanto che tutte le cose di questo mondo presto dovranno finire. Felice chi si salva, misero chi si danna! Ricordatevi sempre di quella gran massima detta da Gesù Cristo: Che giova all'uomo guadagnare tutto il mondo e perdere l'anima? Questa massima ha spinto tanti cristiani a chiudersi nei chiostri o ad intanarsi nei deserti, e tante donzelle a lasciar il mondo per darsi a Dio e fare una santa morte. Al contrario, considerate la misera sorte che è toccata a tante dame, a tante principesse e regine, che nel mondo sono state servite, lodate, onorate e quasi adorate: ma se le misere si son dannate, che cosa giovano loro nell'inferno le tante ricchezze, le tante delizie e i tanti onori goduti, se non se pene e rimorsi di coscienza che le tormenteranno per sempre, mentre Dio sarà Dio, senza veder mai alcun riparo alla loro eterna rovina? Ma diamo ora un'occhiata ai beni che dà il mondo in questa vita a chi lo segue, ed ai beni che dona Dio a chi lo ama e per suo amore lascia il mondo. Promette il mondo gran cose ai suoi seguaci; ma chi non vede che il mondo è un traditore che promette e non mantiene? Ma quantunque mantenesse le sue promesse, quali sono i beni che dà? dà beni di terra. Ma dà la pace, la vita contenta che promette? no; perché tutti i suoi beni allettano i sensi e la carne, ma non contentano il cuore e l'anima. L'anima nostra è stata creata da Dio per amarlo in questa vita e goderlo nell'altra; onde tutti i beni della terra, tutte le delizie e tutte le sue grandezze vanno fuori del cuore, ma non entrano nel cuore, che solo Dio può contentarlo. Anzi Salomone chiamava tutti i beni mondani vanità e bugie che non contentano il cuore, ma lo affliggono: Vanitas vanitatum et afflictio spiritus. Ed infatti l'esperienza dimostra, che chi più abbonda di tali beni, vive più angustiato ed afflitto. Se il mondo contentasse coi suoi beni le principesse, le regine, a cui non mancano spassi, commedie, festini, banchetti, bei palazzi, belle carrozze, belle vesti, gioie preziose, servi e damigelle che le servono e fanno loro corteggio, tutte queste signore sarebbero contente. Ma no; s'ingannano gli altri che le credono contente: domandate loro se godono piena pace, se vivono pienamente contente; che vi risponderanno? Che pace, che contente! Ciascuna di loro vi dirà che mena una vita infelice e che non sa che cosa sia pace. I maltrattamenti che ricevono dai mariti, i disgusti che sono dati loro dai figli, le gelosie, i timori, i bisogni della casa le fanno vivere fra continue angustie ed amarezze. Ogni donna sposata può dirsi martire di pazienza: ma se ha pazienza; altrimenti patirà un martirio in questo mondo ed un martirio più penoso nell'altro. Quando altra pena non vi fosse, i soli rimorsi della coscienza basteranno a mantenerla continuamente tormentata, perché vivendo ella attaccata ai beni terreni, poco pensa all'anima, poco frequenta i sacramenti, poco si raccomanda a Dio; e priva di tali aiuti per viver bene non può vivere senza peccati e senza continui rimorsi di coscienza. Ed ecco che tutte le promesse di divertimenti fattele dal mondo diventano amarezze e timori della sua dannazione. Povera me! dirà, che ne sarà di me nell'ora della mia morte con questa vita che conduco, lontana da Dio e con tanti peccati, andando sempre di male in peggio? Vorrei ritirarmi a fare un poco di orazione, ma le faccende della famiglia e della casa non me lo permettono: vorrei sentir le prediche, confessarmi, comunicarmi spesso, vorrei frequentare la chiesa, ma mio marito non vuole; spesso mi manca l'accompagnamento necessario e gli affari continui, la cura dei figli, le visite e tanti intrighi che non mancano mai mi tengono chiusa in casa: appena nei giorni di festa posso assistere a una messa. Pazza me, che ho voluto sposarmi! mi potevo far santa nel monastero! Ma tutti questi lamenti a che servono, se non ad accrescerle la pena, vedendo di non essere più a tempo di cambiar la sbagliata elezione fatta di andare al mondo? E se le sarà amara la vita, più amara le sarà la morte. Allora vedrà intorno al letto le serve, il marito, i figli che piangono; ma tutti questi non le saranno di sollievo, bensì di maggiore afflizione; e così afflitta, povera di meriti e piena di timori per la sua eterna salute dovrà andare a presentarsi a Gesù Cristo che l'ha da giudicare. Al contrario una monaca che ha lasciato il mondo per Gesù Cristo quanto si vedrà contenta vivendo in mezzo a tante spose di Dio ed in una cella solitaria lontana dai disturbi del mondo e dai pericoli continui e prossimi che vi sono, per chi vive nel mondo, di perdere Dio! E quanto più si troverà consolata in morte di avere spesi i suoi anni in orazioni, mortificazioni ed in tanti esercizi di visite al sacramento, di confessioni, di comunioni, di atti di umiltà, di speranza, di amore verso Gesù Cristo; e quantunque il demonio non lasci di atterrirla con la vista dei difetti da lei commessi nella sua fanciullezza, però lo Sposo Celeste, per cui ella ha lasciato il mondo, ben saprà consolarla; e così piena di confidenza morirà abbracciata col crocifisso, che la condurrà nel cielo a vivere in eterno beata. E così, sorella benedetta, giacché avete da scegliere lo stato della vostra vita, scegliete quello che vorreste aver scelto nell'ora della morte. In quell'ora, ognuna che vede finire il mondo per essa dice: Oh mi fossi fatta santa! Oh avessi lasciato il mondo e mi fossi data a Dio! Ma allora quel ch'è fatto è fatto; altro non resta che spirare l'anima ed andare a sentir Gesù Cristo che dirà: Vieni, benedetta, a goder con me per sempre; oppure: Vattene nell'inferno per sempre da me separata. A voi resta dunque di eleggere: o il mondo o Gesù Cristo. Se eleggete il mondo, sappiate che presto o tardi ve ne pentirete; quindi pensateci bene. Nel mondo son molte quelle donne che si perdono; nei monasteri quelle che si perdono sono rare. Voi raccomandatevi al crocifisso ed a Maria Santissima, affinché vi facciano eleggere il meglio per la vostra salvezza eterna. Se volete farvi religiosa, risolvete anche di farvi santa: perché se pensate di vivere nel monastero alla larga ed imperfetta, come vivono alcune monache, non serve l'entrarvi; poiché vi farete una vita infelice, ed infelice sarà anche la vostra morte. Se poi ripugnate di chiudervi in un monastero, io non posso consigliarvi lo stato matrimoniale; mentre s. Paolo a nessuno lo consiglia, fuorché in caso di mera necessità, la quale spero non esservi per voi; almeno restatevi in casa vostra ed ivi procurate di farvi santa. Per nove giorni vi chiedo di pregare Nostro Signor Gesù Cristo, di darvi luce e forza per eleggere quello stato che per voi è migliore per salvarvi. Pregate anche la Madonna, di ottenetevi questa grazia con la sua potente intercessione.

sabato 2 gennaio 2016

Dio non vuole che i monasteri assomiglino a dei lager!

Ho saputo che diverse ragazze sono uscite da certi monasteri e conventi troppo rigidi, nei quali soffrivano assai sia da un punto di vista fisico che psichico.



Carissimo D., 
                          non immagini che bella sorpresa leggere la tua mail. Mi chiedo come avrai mai fatto a sapere che ero uscita dal monastero. [...] Ogni volta che mi ritrovo a leggere il tuo blog penso sempre di aggiornarti, ma poi ci ripenso sempre, perché vorrei spiegarti tante e tante cose, e non è facile, e poi mi sono chiesta se in ogni caso ti fossi ricordato di me. Rimandavo sempre, fino ad oggi! All'inizio, quando sono uscita, non è stato per niente facile per me. Ho attraversato dei momenti che non auguro a nessuno, compresi di fortissima avversione alla preghiera. Non sono uscita per riprendermi tutto quello che avevo lasciato fuori, ma lì non potevo più rimanere. Quando ero dentro non ho mai sentito quel posto come mio, ma sono andata avanti altri mesi, perché  pensavano fosse una tentazione, lacerata dentro per il terrore di non rispondere alla chiamata del Signore. Fino ad arrivare agli ultimi giorni senza più forze, nemmeno fisiche. È stato un percorso molto travagliato, sia dentro e purtroppo anche quando ho preso la decisione di andare via. Però, come tutti i percorsi travagliati, alla fine i frutti che ne raccogli sono di valore inestimabile. Il desiderio della consacrazione, anche nei momenti bui, non mi ha mai lasciata. [...] Quante cose ho imparato, vorrei elencartele tutte, ma sarebbe impossibile. [...]

D., non ho parole per il tuo caro gesto, l'ho sentito come carezza del Signore alla sua pecorella che spesso si sente piccola, infedele e smarrita. È così che spesso mi sento, a volte anche stanca di cercare il suo Volere. Solo Lui è il senso del mio futuro, e quando ho paura di non camminare sulla Sua strada, sento come se la vita perdesse tutto il senso.

Ti chiedo di pregare tanto per me. Dio ti benedica. 

In Gesù e Maria,

(lettera firmata)



Cara sorella in Cristo,
                                      anche io penso che l'esperienza di vita monastica che hai fatto a [...] è stata comunque positiva per diversi motivi. Innanzitutto lì hai avuto una buona formazione ascetica. Invece entrare in un monastero dove non si pratica seriamente l'ascetica, cioè la ricerca della perfezione cristiana e l'unione con Dio, sarebbe stato un grosso sbaglio, perché nei monasteri rilassati la vita monastica appassisce e va in decomposizione, come è accaduto in tante case religiose.  

[...]

Ma forse la cosa più importante che hai vissuto a [...] è stata la "scuola della sofferenza". Mi spiego meglio: umanamente parlando mi dispiace molto che hai tanto sofferto sia nel fisico che interiormente (le anime nobili soffrono di più per i dolori spirituali che per quelli materiali). Ma da un punto di vista spirituale è stata una scuola straordinaria. Mediante il dolore Dio ha forgiato la tua anima e l'ha preparata per qualche missione particolare. La sofferenza è una prova d'amore nei confronti di Dio: è facile essere cristiani quando si godono le consolazioni spirituali, ma è nell'ora della sofferenza che si vede se un'anima ama davvero il Signore. Molte persone quando non sentono più le consolazioni spirituali e sono angustiate sotto il peso della croce, abbandonano la vocazione religiosa, lasciano la vita devota e si dedicano alla vita mondana.

Quante persone, dopo essere uscite dal monastero, hanno perso la fede! Tu invece non solo non hai perso la fede, ma ardi ancora dal desiderio di donare a Dio il resto della tua vita abbracciando la vita consacrata in un monastero fervoroso. Inoltre, grazie alla grossa croce che hai portato in monastero, adesso sei molto più sensibile alle sofferenze del prossimo. Qualsiasi cosa farai in futuro, dovrai spendere la tua vita nel consolare i sofferenti.

Per esempio, se diventerai monaca di clausura (come io spero), dovrai avere tanta carità e dolcezza nei confronti di quelle persone afflitte da tante tribolazioni che vengono in parlatorio a cercare un po' di conforto dalle claustrali. Ma soprattutto dovrai avere tanta carità e dolcezza nei confronti delle consorelle che soffrono. Non mi riferisco semplicemente alle sofferenze fisiche, ma specialmente alle sofferenze spirituali. Per esempio, a volte persino nei monasteri possono nascere delle incomprensioni, degli equivoci, delle divergenze, degli errori fatti in buona fede, che procurano tanta sofferenza. Basti pensare alle sofferenze che patì Santa Teresa quando stava tra le Carmelitane dell'Antica Osservanza. Oppure alle sofferenze che la stessa santa sopportò eroicamente ad Avila quando fondò il primo monastero di Carmelitane Scalze.

Adesso devo dirti una cosa importante. In passato pensavo che i monasteri si dividessero un due specie: quelli rilassati da una parte e quelli fervorosi e osservanti dall'altra. Purtroppo, mi sono reso conto che la situazione è più complessa. Tu sai che io ci tengo molto all'osservanza delle Costituzioni, ma ciò non deve avvenire a discapito della carità, che è la regina delle virtù. Ho saputo infatti che in certi monasteri osservanti sono avvenute cose "poco caritatevoli" che non solo hanno causato grande sofferenza tra le giovani religiose, ma ha portato alcune di loro a perdere la salute psichica, e a cadere in forme più o meno gravi di depressione e di esaurimento nervoso (ciò è avvenuto anche in case religiose maschili). La stretta osservanza, se non è unita alla carità fraterna, rischia di divenire pura formalità di stampo farisaico.

Per esempio, se una suora per disattenzione fa cadere un piatto per terra, la superiora non deve sgridarla con asprezza e acidità, magari usando addirittura parole offensive. San Francesco di Sales, il santo della dolcezza, quando doveva rimproverare un suo subordinato che aveva commesso qualche sbaglio, lo faceva con talmente tanta carità, serenità e dolcezza, che la persona che veniva corretta rimaneva molto edificata da tanta bontà. Questo grande vescovo era convinto che si prendono più mosche con un cucchiaio di miele che con un barile d'aceto, cioè si attirano più anime a Dio con la dolcezza che con l'acidità e l'asprezza.

Pur non conoscendo la tua amica [...], tuttavia presumo che sia una religiosa esemplare, sia perché ha avuto una buona formazione a [...], sia perché in passato ha sofferto molto. Chi ha sofferto molto comprende e consola più facilmente le sofferenze del prossimo.

[...]

La prossima volta che trovi un buon monastero, prima di iniziare ufficialmente il postulantato ti conviene fare un lungo periodo di aspirantato (almeno un mese), così potrai renderti conto se quello è davvero il tuo “habitat naturale”, oppure se non è il posto giusto per te, come è successo a [...], e potrai uscire senza grossi traumi spirituali.

Coraggio, continua la buona battaglia in difesa della vocazione (il mondo farebbe salti di gioia se abbandonassi il pensiero della consacrazione religiosa). Spero tanto che Gesù buono ti prenda presto tutta per Sé in un monastero fervoroso e ricco di carità fraterna. Adesso stai lottando contro molte avversità, ma ricorda: maggiori sono le difficoltà, più bella sarà la vittoria!

Ti saluto cordialmente nei Cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

sabato 5 dicembre 2015

L'aumento della vita spirituale per mezzo del merito

Di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932).

Noi progrediamo per mezzo della lotta contro i nostri nemici ma più ancora con gli atti meritorii che facciamo ogni giorno. Ogni opera buona, fatta liberamente da un'anima in stato di grazia per un fine soprannaturale, possiede un triplice valore, meritorio, sodisfattorio e impetratorio, che contribuisce al nostro progresso spirituale.

a) Un valore meritorio, col quale aumentiamo il nostro capitale di grazia abituale e i nostri diritti alla gloria celeste: ne riparleremo subito.

b) Un valore sodisfattorio, che inchiude a sua volta un triplice elemento: 1) la propiziazione, che per ragion del cuore contrito ed umiliato ci rende propizio Dio e l'inclina a perdonarci le colpe; 2) l'espiazione che, con l'infusione della grazia, cancella la colpa; 3) la sodisfazione che, per il carattere penoso annesso alle nostre buone opere, annulla in tutto o in parte la pena dovuta al peccato. Questi felici risultati non sono prodotti soltanto dalle opere propriamente dette ma anche dall'accettazione volontaria dei mali e dei patimenti di questa vita, come insegna il Concilio di Trento; il quale aggiunge che vi è in questo un gran segno del divino amore. Che cosa infatti di più consolante che poterci giovare di tutte le avversità per purificarci l'anima e unirla più perfettamente a Dio?

c) Finalmente queste opere hanno pure un valore impetratorio, in quanto contengono una domanda di nuove grazie rivolta all'infinita misericordia di Dio. Come ben fa notare S. Tommaso, si prega non solo quando in modo esplicito si presenta una supplica a Dio, ma anche quando con uno slancio del cuore o con le opere si tende a Lui, così che prega sempre colui che l'intiera sua vita tiene sempre ordinata a Dio: "tamdiu homo orat quamdiu agit corde, ore vel opere ut in Deum tendat, et sic semper orat qui totam suam vitam in Deum ordinat". Infatti, questo slancio verso Dio non è forse una preghiera, un'elevazione dell'anima verso Dio e un mezzo efficacissimo per ottenere da Lui quanto desideriamo per noi e per gli altri?

Per lo scopo che ci proponiamo, ci basterà esporre la dottrina sul merito dicendone:

1° la natura;
2° le condizioni che ne aumentano il valore.
I. La natura del merito.

Due punti sono da spiegare:

1° che cos'è il merito;
2° in che modo le nostre azioni sono meritorie.


1° CHE COS'È IL MERITO.

A) Il merito in generale è il diritto a una ricompensa. Il merito soprannaturale, di cui qui trattiamo, sarà dunque il diritto a una ricompensa soprannaturale, vale a dire a una partecipazione alla vita di Dio, alla grazia e alla gloria. Non essendo Dio tenuto a farci partecipare alla sua vita, occorrerà una promessa da parte sua per conferirci un vero diritto a questa ricompensa soprannaturale. Si può quindi definire il merito soprannaturale: un diritto a una ricompensa soprannaturale, che risulta da un'opera soprannaturale buona, fatta liberamente per Dio, e da una promessa divina che garantisce questa ricompensa.

B) Il merito è di due specie: a) il merito propriamente detto (che si chiama de condigno), al quale la retribuzione è dovuta per giustizia, perchè vi è una specie d'uguaglianza o di proporzione reale tra l'opera e la retribuzione; b) il merito di convenienza (de congruo), che non si fonda sulla stretta giustizia ma su un'alta convenienza, essendo l'opera solo in piccola misura proporzionata alla ricompensa. Per dare un'idea approssimativa di questa differenza, si può dire che il soldato che si diporta valorosamente sul campo di battaglia, ha uno stretto diritto al soldo di guerra, ma solo un diritto di convenienza ad essere citato nel bollettino di guerra o ad essere decorato.

C) Il Concilio di Trento insegna che le opere dell'uomo giustificato meritano veramente un aumento di grazia, la vita eterna, e, se muore in questo stato, il conseguimento della gloria.

D) Richiamiamo brevemente le condizioni generali del merito. a) L'opera, per essere meritoria, dev'essere libera; infatti se si opera per forza o per necessità, non si è moralmente responsabili dei propri atti. b) Deve essere soprannaturalmente buona, per aver proporzione colla ricompensa; c) e, quando si tratta di merito propriamente detto, dev'essere fatto in stato di grazia, perchè è la grazia che fa abitare e vivere Cristo nell'anima nostra e ci rende partecipi dei suoi meriti; d) fatta nel corso della vita mortale o viatoria, avendo Dio sapientemente determinato che, dopo un periodo di prova in cui possiamo meritare o demeritare, arrivassimo al termine, dove si resta fissati per sempre nello stato in cui si muore. A queste condizioni da parte dell'uomo si aggiunge, da parte di Dio, la promessa che ci dà un vero diritto alla vita eterna; secondo S. Giacomo infatti "il giusto riceve la corona di vita che Dio ha promesso a coloro che l'amano: Accipiet coronam vitæ quam repromisit Deus diligentibus se".

2° COME GLI ATTI MERITORI AUMENTANO LA GRAZIA E LA GLORIA.

Pare difficile a prima vista capire come atti semplicissimi, comunissimi, ed essenzialmente transitori, possano meritare la vita eterna. La difficoltà sarebbe insolubile se questi atti provenissero solo da noi; ma in verità si è in due a farli, sono il risultato della cooperazione di Dio e della volontà umana, il che spiega la loro efficacia: Dio, coronando i nostri meriti, corona pure i suoi doni, avendo in questi meriti una parte preponderante. Spieghiamo dunque la parte di Dio e quella dell'uomo e così intenderemo meglio l'efficacia degli atti meritori.

A) Dio è la causa principale e primaria dei nostri meriti: "Non sono io che opero, dice S. Paolo, ma la grazia di Dio con me: Non ego, sed gratia Dei mecum. È Dio infatti che crea le nostre facoltà, che le eleva allo stato soprannaturale perfezionandole con le virtù e coi doni dello Spirito Santo; è Dio che con la grazia attuale, preveniente e adiuvante, ci sollecita a fare il bene e ci aiuta a farlo: egli è dunque la causa primaria che mette in moto la nostra volontà e le dà forze nuove per abilitarla a operare soprannaturalmente.

B) Ma la nostra libera volontà, rispondendo alle sollecitazioni di Dio, agisce sotto l'influsso della grazia e delle virtù, e diviene quindi causa secondaria ma reale ed efficiente dei nostri atti meritorii, perchè siamo i collaboratori di Dio. Senza questo libero consenso non c'è merito; in cielo non meritiamo più, perchè là non possiamo non amare Dio che chiaramente vediamo essere bontà infinita e fonte della nostra beatitudine. D'altra parte anche la nostra cooperazione è soprannaturale: per mezzo della grazia abituale noi siamo divinizzati nella nostra sostanza, per mezzo delle virtù infuse e dei doni lo siamo nelle nostre facoltà, e per mezzo della grazia attuale anche nei nostri atti. Vi è quindi vera proporzione tra le nostre azioni, divenute deiforme, e la grazia che è essa pure una vita deiforme o la gloria che non è se non lo sviluppo di questa stessa vita. È vero che questi atti sono transitorii e la gloria è eterna; ma poichè nella vita naturale atti che passano producono abiti e stati psicologici che restano, è giusto che nell'ordine soprannaturale avvenga lo stesso, che i nostri atti di virtù, producendo nell'anima una disposizione abituale ad amar Dio, siano ricompensati con una durevole ricompensa; ed essendo l'anima nostra immortale, conviene che la ricompensa non abbia fine.

C) Si potrebbe certamente obiettare che, non ostante questa proporzione, Dio non è tenuto a darci una ricompensa così nobile e duratura come la grazia e la gloria. Il che concediamo senza difficoltà e riconosciamo che Dio, nella sua infinita bontà, ci dà più di quanto meritiamo; non sarebbe quindi tenuto a farci godere dell'eterna visione beatifica se non ce l'avesse promesso. Ma ei l'ha promesso per il fatto stesso d'averci destinato a un fine soprannaturale; la qual promessa ci è più volte ricordata nella S. Scrittura, dove la vita eterna ci è presentata come ricompensa promessa ai giusti e come corona di giustizia: "coronam quam repromisit Deus diligentibus se... corona justitiæ quam reddet mihi justus judex". Quindi il Concilio di Trento dichiara che la vita eterna è nello stesso tempo una grazia misericordiosamente promessa da Gesù Cristo e una ricompensa che, in virtù della promessa di Dio, è fedelmente concessa alle buone opere ed ai meriti.

Per ragione appunto di questa promessa si può conchiudere che il merito propriamente detto è qualche cosa di personale: per noi e non per gli altri meritiamo la grazia e la vita eterna, perchè la divina promessa non va oltre. -- La cosa va ben diversamente per Gesù Cristo, il quale, essendo stato costituito capo morale dell'umanità, in virtù di quest'ufficio meritò per ognuno dei suoi membri, e meritò in senso stretto.

Possiamo certamente meritare anche per gli altri, ma solo con merito ci convenienza; il che è già cosa molto consolante, perchè cotesto merito viene ad aggiungersi a ciò che meritiamo per noi stessi e ci fa così capaci, lavorando alla nostra santificazione, di cooperare pure a quella dei nostri fratelli.


[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928] 

venerdì 4 dicembre 2015

Esercizi spirituali per donne

Ecco le prossime date degli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio di  Loyola organizzati dai Sacerdoti dell'Istituto del Verbo Incarnato in collaborazione con le Suore Servidoras.


2015

DICEMBRE: dal 26 al 30   (Asti - Piemonte)


2016

GENNAIO: Salbato 2 a Mercoledì 6   (Tuscania - Lazio) 
APRILE: Giovedì 21 a Lunedì 25   (Tuscania - Lazio) 
GIUGNO: Mercoledì 1 a Domenica 5    (Tuscania - Lazio) 
GIUGNO: Data a da confermare    (Monreale - Sicilia)
LUGLIO: da Giovedì 7 a Domenica 10    (Conversano - Puglia)
AGOSTO: (dopo le Giornate di Formazione)    (Tuscania - Lazio) 


Ricordo che possono partecipare persone di tutte le età, ma sono particolarmente consigliabili a coloro che non hanno ancora eletto nessuno stato di vita. Per ricevere maggiori informazioni è possibile contattare le Suore Servidoras (le suore della foto a lato) all'indirizzo: esercizispirituali@servidoras.org

Il disporre l'anima a liberarsi dagli affetti disordinati, e poi il cercare di adempiere la divina volontà circa il modo di vivere per raggiungere lo scopo di salvare l'anima, queste cose secondo S. Ignazio sono da considerare “esercizi spirituali”.

Siate apostoli degli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio di Loyola, fateli conoscere ai vostri parenti ed amici! Tanta gente ha cambiato vita grazie alle meditazioni fatte durante gli esercizi ignaziani, i quali durano pochi giorni, ma possono valere un'eternità.

giovedì 26 novembre 2015

La concupiscenza della carne è l'amore disordinato dei piaceri dei sensi

Il piacere non è cattivo in se stesso; Dio lo permette ordinandolo ad un fine superiore, il bene onesto; se annette il piacere a certi atti buoni, lo fa per renderli più facili e attirarci così all'adempimento del dovere. Gustare moderatamente il piacere riferendolo al suo fine che è il bene morale e soprannaturale, non è male; anzi è atto buono, perchè tende a fine buono, che in ultima analisi è Dio. Ma volere il piacere indipendentemente da questo fine che lo giustifica, volerlo quindi come fine in cui uno si ferma, è un disordine, perchè è un andare contro l'ordine sapientissimo stabilito da Dio. E questo disordine ne trae seco un altro: quando si opera per il piacere, si è esposti ad amarlo con eccesso, perchè non si è più guidati dal fine che impone dei limiti a questa smodata sete del piacere che tutti ci punge.

[...]

Il rimedio a un sì gran male è la mortificazione dei sensuali diletti; perchè, dice S. Paolo: "Quelli che sono di Cristo, crocifiggono la carne con i suoi vizi e le sue cupidigie: Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis". Ora crocifiggere la carne, come dice l'Olier, significa legare, infrenare, soffocare internamente tutti gli impuri e sregolati desideri che sentiamo nella nostra carne; significa pure mortificare i sensi esterni che ci mettono in comunicazione con gli oggetti del di fuori ed eccitano in noi pericolosi desideri. Il motivo fondamentale che ci obbliga a praticare questa mortificazione sono le promesse battesimali.

[...]

Così grave è quest'obbligo di mortificare i sensuali diletti che ne dipende la nostra salvezza e la nostra vita spirituale: "Perchè, se vivete secondo la carne, spiritualmente morrete; se poi con lo spirito darete morte alle azioni della carne, vivrete: Si autem secundum carnem vixeritis, moriemini; si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis".



(Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Desclée & Co., 1928) 

venerdì 20 novembre 2015

Indecisione tra vocazione o matrimonio

Tempo fa ho ricevuto un'e-mail da parte di una giovane lettrice del blog, la quale mi ha raccontato di essere fidanzata con un ragazzo che per motivi di lavoro vive lontano da lei. Durante questo periodo di “lontananza” ha cominciato a sentire dentro di sé un forte desiderio di vivere di Gesù e con Gesù. Adesso è incerta se sposarsi o entrare in monastero.

Può darsi che ci siano altre persone che leggono questo blog e si trovano nelle sue stesse condizioni (sono fidanzate ma si sentono attratte ad unirsi più profondamente con Gesù), pertanto ho pensato di scrivere qualche riflessione utile a tutti coloro che non hanno ancora eletto il proprio stato di vita. Come al solito ho attinto a piene mani dai preziosissimi scritti del mio amatissimo Sant'Alfonso Maria de Liguori.

"Porro unum est necessarium", solo una cosa è importante per ciascuno di noi: la salvezza eterna dell'anima. Tutto il resto (salute, casa, parenti, carriera, amicizie, soldi, eccetera) sono cose secondarie destinate a svanire nell'ora estrema della morte. Per potersi salvare è di fondamentale importanza eleggere lo stato di vita a cui Iddio ci chiama. Se uno sbaglia vocazione, viene a perdere gli aiuti spirituali che Iddio gli aveva preparato, e senza questi aiuti è più difficile salvarsi. Per questo motivo ogni persona giovane dovrebbe fare un ritiro spirituale per eleggere lo stato di vita a cui il Signore lo chiama. Ma dove fare questo ritiro immerso nella solitudine e nella preghiera? Sant'Alfonso consigliava di ritirarsi alcuni giorni in una casa isolata in campagna, ma non tutti possono disporre di un alloggio del genere. Pertanto il mio consiglio è di mettersi in contatto con un ordine religioso di stretta osservanza, e di trascorre qualche giorno di ritiro in monastero per raccogliersi nel silenzio della clausura, e poter pregare e meditare. Inoltre in un monastero di stretta osservanza è possibile trovare qualche buon sacerdote disponibile ad esercitare la direzione spirituale. Perché parlo di ordini religiosi di stretta osservanza? Perché andando in un monastero “rilassato”, cioè dove non si vive da veri religiosi, si rimarrebbe disgustati da quell'insipido stile di vita, e si rischierebbe di perdere un'eventuale vocazione alla vita consacrata.

Sant'Alfonso, alle ragazze indecise se sposarsi o entrare in convento, diceva più o meno queste cose: "...sia un uomo umile creatura, sia Gesù Cristo il creatore dell'Universo, ti vogliono per sposa. Rifletti attentamente su chi dei due può riempire maggiormente di gioia il tuo cuore e poi sposalo. Ricordati però che nel mondo non è raro trovare delle donne pentitesi di essersi sposate a causa dei maltrattamenti che ricevono dai loro mariti spesso simili a dei tiranni, ai dispiaceri che danno i figli, ai litigi con suocere e cognate, alle gelosie del consorte, ai dolori del parto, agli strapazzi per la cura della casa, agli affanni per accumulare beni terreni, ecc. Anche nella vita matrimoniale potresti vivere santamente, ma è molto difficile. Al contrario in un monastero di stretta osservanza sarà molto semplice per te divenire santa. Libera dalle preoccupazioni del mondo potrai dedicare tutta la vita nell'amare Dio. Se proprio non te la senti di entrare in un monastero, cerca di farti santa a casa tua vivendo da nubile, tranne nel caso in cui tu fossi abitualmente incontinente, nel qual caso è meglio prendere marito, come raccomanda San Paolo."

Non so cosa abbia deciso di fare quella ragazza che mi aveva scritto (non l'ho più risentita). Spero solo che abbia scelto quel che vuole il Signore. Preghiamo per lei e per tutte le altre persone che sono indecise circa lo stato di vita da eleggere.

lunedì 26 ottobre 2015

Una donna sposata il lacrime

Tempo fa una signora mi ha confidato di rimpiangere di non essere entrata in monastero.

Caro fratello,
                           è da un po' che leggo il tuo blog. È meraviglioso...non vorrei disturbarti, ma forse tu mi puoi aiutare a risolvere un'angoscia spirituale che mi porto dietro da molti anni. Se vuoi, puoi pubblicare questa mia lettera, magari servirà a qualche ragazza ancora in dubbio sulla sua vocazione. Ho 48 anni, sono sposata da 26 anni e ho tre figli, ormai grandi. Avevo 19 anni, quando ho sentito forte nel mio cuore la chiamata alla vita religiosa. Andavo in chiesa tutti i giorni, guardavo il crocifisso...e piangevo d'amore per Lui. Desideravo entrare in clausura tra le Carmelitane Scalze. Avevo letto la vita di Santa Teresina e ne ero rimasta affascinata. Odiavo il mondo con tutte le sue illusioni. Mia madre se ne era accorta, e un giorno mi disse: "ma cosa ti sei messa in testa...con la vocazione si nasce...e tu non ce l'hai". Non l'ascoltai e andai a parlare col mio parroco. Gli confidai il mio ardente desiderio di offrire la mia vita a Gesù, in clausura. Per tutta risposta, mi disse di aspettare una ventina di giorni, per poi essere sicura di voler fare un'esperienza in convento. Non ero felice della sua risposta, ma obbedii. Quell'attesa fu fatale, poiché incontrai un ragazzo che mi sviò completamente. Mi fece una corte serrata e io cedetti e rimasi incinta. Ci sposammo, ma il mio matrimonio non è mai stato felice. La nostalgia di Dio è continua e giornaliera. Porto avanti il mio matrimonio, per obbedienza al sacramento, ma non sono felice, né appagata, né capita. Vivo nel mondo ma non mi sento del mondo. So, per certo, che il Signore aveva altri progetti per me, ma io non ho saputo afferrare subito quel treno...o forse non sono stata guidata bene dal sacerdote...comunque ho perso moltissime grazie che Dio aveva preparato per me. Nonostante sia sposata, io mi sento di essere completamente di Gesù, perché lo amo enormemente. È un grande dolore dover vivere una vita che non è per noi...

Care ragazze....non indugiate....se avvertite Quella dolce voce nel cuore... è Lui.... è Gesù...vi chiama... dite di sì e sarete felici per l'eternità. Io piango tutti i giorni per quello che ho lasciato...mi sento il cuore lacerato dallo strazio....ma non posso nulla ...ormai.

Caro fratello, ti saluto e ti ringrazio se vorrai rispondermi anche in privato, per dare un po' di conforto all'anima mia.


Cara sorella in Cristo,
                                            ti ringrazio di avermi scritto, credo che la tua testimonianza possa essere molto utile per quelle ragazze che si sentono attrarre da Gesù alla vita religiosa, ma temono di dover rinunciare alle gioie del mondo. Oh, quanto vorrei che tutte le persone che stanno eleggendo lo stato di vita possano leggere la tua lettera! Chissà quanti eviterebbero l'errore di rinunciare alla vocazione! Ti confesso che ho ricevuto varie lettere di persone sposate (soprattutto donne) pentitesi di non aver abbracciato la vita religiosa.

In privato ti ho inviato una lunga lettera di incoraggiamento. Qui, pubblicamente, ti consiglio di offrire al Signore le tue sofferenze per le vocazioni religiose, poiché la Chiesa ha tanto bisogno di anime generose che offrano la propria vita a Cristo per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime.

In Gesù e Maria,

Cordialiter